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03 April 2013 @ 12:19 am
[Fanfic] The end is where we begin  
Titolo: The end is where we begin
Autore: arial86
Tipo di fanwork: fanfiction
Fandom: Supernatural
Personaggi: Dean Winchester, Sam Winchester
Pairing: Wincest
Rating: R
Warning: incest, angst, spoiler ottava stagione
Riassunto: Sam credeva di essere pronto a qualsiasi sacrificio, pur di portare a termine le prove. Ma quando il prezzo da pagare si rivela troppo alto, è ormai tardi per tornare indietro; soprattutto perché sarà Dean a impedirgli di fare dietrofront.
Disclaimer: I personaggi appartengono a Eric Kripke. Questa storia è scritta senza scopo di lucro.



06. Gli Amanti.

Rappresentano l'amore e il libero arbitrio, la vocazione e l'affinità. Le due creature, maschio e femmina, si trovano nell'Eden. Gli occhi di lui sono puntati su di lei; l'attenzione della donna, invece, è tutta per l'angelo dalle ali spiegate sopra di loro. Un caldo sole splende sui presenti, illuminando l'albero da frutto e il serpente alle spalle della donna, e l'albero in fiamme dietro l'uomo.
09. L'Eremita.

Rappresenta la saggezza e l'attesa, la solitudine e il coraggio. Un vegliardo che si sorregge a un nodoso bastone domina la cima di una vetta innevata. Il viso rivolto verso il basso, stringe nella mano destra una lanterna al cui interno risplende una stella a sei punte. Tutto intorno a lui, un cielo plumbeo.
12. L'impiccato.

Rappresenta l'accettazione e l'estasi, il sacrificio e l'attesa. Un giovane pende a testa in giù da un albero a forma di T. Ha le mani giunte dietro il corpo, la sinistra incrociata sotto la testa. Un alone di luce risplende intorno al suo capo, irradiandosi su uno sfondo altrimenti grigio. I sacchi di monete che stringe fra le mani nei mazzi più antichi richiamano il prezzo del suo tradimento.
13. La Morte.

Rappresenta il rinnovamento e la fine, la distruzione e la malattia. Uno scheletro in armatura marcia su un cavallo bianco, nella mano stringe un vessillo con un fiore dai cinque petali. Davanti al suo animale, due fanciulli in agonia e un vescovo in procinto di cadere; alle sue spalle, il corpo riverso di un re. A fare da sfondo, una barchetta che veleggia su un fiume e il sole che sorge fra due antiche torri.






The end is where we begin



“We run away, run away
cuz the end is where we begin.
Where broken hearts mend
and start to beat again.
The end is where we begin.”
(The End Is Where We Begin – Thousand Foot Krutch)





Sam era disteso supino. Il sonno stentava ad arrivare, disturbato com’era dai capelli di suo fratello che, a ogni respiro, gli solleticavano il viso. Durante la notte, Dean era chissà come riuscito a incuneargli la testa fra collo e spalla. Una posizione che sarebbe sembrata scomoda al più snodato dei contorsionisti e che sicuramente popolava le fantasie di qualsiasi chiropratico che si rispetti; eppure stava regalando a Dean la prima, vera notte di riposo da settimane, e Sam non era disposto a rovinare tutto spingendolo via. Così osservava il soffitto, stanco e vagamente soddisfatto.
I suoi sforzi furono vanificati qualche secondo più tardi, quando le note di In-A-Gadda-Da-Vida si diffusero nella stanza. Il cellulare di suo fratello.
Con un grugnito di protesta, Dean nascose il viso contro il suo petto e, a tentoni, allungò il braccio verso il telefono.
“Spero ci sia una ragione dannatamente valida per questo,” ruggì, nonostante la voce impastata. “Natalie Portman non mi fa pompini tutti i giorni.”
Un silenzioso sorriso si fece strada sulle labbra di Sam, subito congelato dal tono dell’altro.
“Davvero?” esclamò Dean. “Aspetta un attimo.” Si mise seduto e armeggiò col cellulare, posandolo infine in mezzo a loro. “Sei in vivavoce, Kevin,” disse, sollevando su Sam due occhi da cui era scomparsa ogni traccia di torpore.
“Ho tradotto l’ultima parte della tavoletta, ragazzi,” gracchiò il profeta, la voce distorta da un microfono che aveva sopportato più di un affronto, l’ultimo solo qualche ora prima, a opera di un fantasma particolarmente incazzato. “So in cosa consiste l’ultima prova.”
Sam sostenne lo sguardo di Dean, il volto dell’altro un fitto chiaroscuro di luci e ombre, disegnato dal led azzurrino dell’apparecchio.
“Allora, dobbiamo tirartelo fuori con le tenaglie?” domandò il maggiore.
Nonostante la calma apparente, una vena di paura coloriva le sue parole; Sam riusciva a sentirlo, e l’atteggiamento di Kevin peggiorava soltanto le cose. Il ragazzo si schiarì la voce e il giovane cacciatore pensò che sarebbero davvero dovuti ricorrere alla tortura, per estorcergli la verità, quando finalmente le scariche furono sostituite da una voce bassa e chiara. “Colui che ha deciso di sottoporsi al percorso,” citò, “ha di fronte a sé un’ultima prova, la più difficile: sacrificare ciò che ha di più prezioso. Solo distruggendo tutto il suo mondo, potrà dare nuova vita al nostro.”
A occhi bassi, il cuore come fermo, Sam digeriva la notizia. Fu Dean a rompere il silenzio, quasi un minuto più tardi. “Gli stringerò la mano, mentre smantella il suo amato portatile,” disse, lieve. Poi deglutì. “C’è altro che dobbiamo sapere?” All’imbarazzato ‘no’ del profeta, proseguì. “Perfetto, sei stato bravissimo, Kev. Quando tornerai al college, farai strage di cuori: le donne amano i cervelloni, quasi quanto amano i cattivi ragazzi, e tu sei il giusto mix di entrambi.”
Riagganciò e si distese nuovamente. “Non pensavo che mi sarei mai sentito in debito con un bestione maleodorante di duecento chili, e per avermi sballottato in giro per un fienile e quasi strappato le viscere per la seconda volta, per giunta. Evidentemente mi sbagliavo.”
Passandosi una mano sul viso, Sam si addossò alla testata del letto. “Non è divertente.”
Dean gli cinse il polso. “Un po’ sì, ma sono solidale e non riderò,” mormorò, descrivendo lenti cerchi sulla sua pelle. “Il solo pensiero di trovarmi al tuo posto e dover sfasciare la mia piccola… Brr.”
Sam chiuse gli occhi e prese un respiro profondo. Quando li riaprì, posò uno sguardo bruciante sul volto triste e rassegnato di suo fratello. “Finisce qui,” disse, in un sibilo. Il dolore di Dean non gli faceva che rabbia: sapeva che non era per se stesso che quell’idiota soffriva. “Non posso farlo. Non lo farò.”
“E invece lo farai, Sammy,” ribatté il maggiore. “La cosa non riguarda solo noi.”
“Hai ragione, riguarda solo me.”
Fece per alzarsi, ma Dean glielo impedì. Sedendoglisi sulle gambe, lo spinse con forza contro la testiera e il letto sotto di loro tremò. “E invece lo farai,” ripeté, ogni dolcezza sparita dai suoi gesti e dalla sua voce. “Ti sei preso un impegno, mi sono fidato di te.” Intensificò la sua stretta, le dita che affondavano per tutta la prima nocca nella morbida carne delle spalle dell’altro. “E non dire che a parti inverse non l’avrei fatto, non osare,” lo ammonì, prima ancora che Sam potesse aprire bocca. “Ti ho guardato saltare in un buco fottuto con due arcangeli che avevano dimostrato di sapersela legare al dito. Ci sono priorità, e poteva andarci peggio. Ti terrò in fresco la birra, lo sai,” concluse, con un sorriso un po’ stanco.
Carezzandogli i capelli, posò labbra leggere e tiepide sulle sue. “Torniamo a letto?” chiese, in un sussurro. “Un uomo avrà diritto a una buona dormita, il suo ultimo giorno.”
E Sam si lasciò distendere sul materasso, la meraviglia in lattice che aveva scalato la classifica personale di suo fratello, piazzandosi appena dietro l’Impala e – si sperava – dopo di lui. Sentiva il liquido rombo del sangue nelle orecchie, le sue mani erano gelide.
Tenne le palpebre serrate, mentre Dean gli sfiorava il viso e tutto il suo corpo lo stringeva in un caldo abbraccio. Mezz’ora più tardi, impossibilmente, suo fratello dormiva.


***



La lampada sul comodino diffondeva una luce incerta, onirica. Dagli angoli della stanza, dense ombre si allungavano verso di loro; sottili e arcuate, ricordavano artigli pronti a trascinarli nell’oscurità. La perfetta istantanea delle loro vite. Ed era proprio su un’istantanea che erano fissi gli occhi di Sam. Poco più di un piccolo rettangolino ingiallito, un momento sottratto allo scorrere del tempo quasi trent’anni prima e scampato miracolosamente alla furia del fuoco. Una foto di Dean e Mary.
Con un sospiro, Sam distolse lo sguardo da quello stinto quadretto famigliare, chiedendosi distrattamente quanto c’avrebbe messo suo fratello a cominciare la propria ricerca, una volta dall’altra parte.
Scacciò quel pensiero, scuotendo forte la testa, esattamente come avrebbe fatto un bambino. Avevano ancora tempo. Dean aveva ancora tempo.
E con questa convinzione nel cuore e sulle labbra, si chinò sul fratello. Posò la bocca sul suo collo tiepido, inspirando a pieni polmoni le ultime note di uno scadente bagnoschiuma e la più acidula fragranza del sudore.
Dean nascose il viso nel cuscino, offrendogli un accesso migliore e borbottando un impastato ‘buongiorno’.
Dal collo, Sam scese lentamente alla clavicola e ne percorse i contorni sottili fino alla leggera depressione in cui terminava. La esplorò con la lingua, piano piano. Languido e attento, lasciava che fossero gli ansiti e i sospiri di Dean a guidare i suoi movimenti.
Schiuse le labbra sull’erezione mattutina del fratello, sentendo il fragile muro di cotone che li separava impregnarsi di saliva e anticipazione. L’altro allargò le gambe e, senza fiato, gli ordinò di darsi una mossa. Sam fu più che lieto di obbedire.
Infilò entrambe le mani sotto l’elastico e tirò giù i boxer in un’unica volta. Dean era rosso e fremente, una prima goccia perlacea scivolava già lungo la testa. Sam la raccolse con la punta della lingua e sorrise del singhiozzo disperato di suo fratello. Con agonizzante lentezza, lasciò scomparire Dean nell’umido tepore della propria bocca, mentre con mani impietose lo bloccava contro il materasso e si imprimeva nella sua pelle chiara.
Fu questione di secondi. Il maggiore si tese come una corda di violino e, quando la gola di Sam si contrasse piacevolmente intorno a lui, si spezzò.
“Vieni qui,” mormorò, rauco, afferrandogli alla cieca una manciata di capelli e tirandoselo addosso. Bevendo il proprio sapore dalla sua bocca, lo baciò a lungo, senza mai mostrargli gli occhi.
Quando Sam sfiorò i corti capelli sulla sua tempia, Dean schiuse le palpebre, lasciandogli comprendere perché si fosse negato fino a quel momento: nel suo sguardo riluceva il terrore, il verde delle iridi in qualche modo già spento. Era come per il patto, in un certo senso. C’era una scadenza ed era dannatamente vicina. Sam si rese conto che non potevano affrontare di nuovo la cosa. Non era giusto.
Un pallido sorriso si fece strada sul viso di Dean, un coraggioso tentativo che non superò le labbra, e Sam prese la sua decisione.
“Ho bisogno di una doccia,” sospirò l’altro, nell’incavo della sua spalla. “Mi fai compagnia?”
Sam si rimise seduto. A cavalcioni sul fratello, se lo portò al petto. “Solo se usiamo le nostre cose, l’accappatoio del tizio morto è raccapricciante.”
Dean ghignò. “So che lo trovi sexy,” disse. “In un modo perversamente decadente.”
“Decadente?” lo prese in giro Sam. “Sai cosa significa, almeno?”
L’altro sorrise contro la sua pelle. Con un barlume di sfida negli occhi, gli strinse delicatamente il labbro inferiore fra i denti. Poi si allontanò.
Il minore gli cinse il viso con le mani e avvicinò nuovamente le loro bocche. Dean lasciò cadere le palpebre, le lunghe ciglia che ombreggiavano uno spicchio di verde. Si sfioravano appena, quando Sam gli spinse violentemente la testa di lato, spezzandogli il collo.
Un tremito attraversò il corpo dell’altro. Dean ebbe come un sussulto, infine gli scivolò fra le braccia. Il fratello gli baciò la fronte, in prossimità del sopracciglio destro, e lo distese sul letto. Un rivolo scarlatto aveva disegnato una piccola linea, dal naso all’angolo della bocca. Sam la ripulì col lenzuolo. Poi si mise alla ricerca di un paio di boxer, quelli che Dean aveva indosso fino a un momento prima, finiti chissà dove. Doveva completare il rituale, lo sapeva, eppure rivestire suo fratello sembrava più importante. Ovviamente, Dean non doveva temere il freddo, mai più; ma gli appariva così vulnerabile e indifeso che lasciarlo nudo era il peggior affronto possibile, o almeno Sam aveva quell’impressione.
Lo abbandonò per una manciata di minuti soltanto e il panico che ne conseguì fu quasi sufficiente a farlo impazzire. Non poteva allontanarsi, non poteva perderlo di vista.
Perché, hai forse paura che Dio ti chieda dove sia? domandò una voce sottile, fra i suoi pensieri, e Sam sentì il cuore esplodergli nel petto, come nel tentativo di soffocarla.
Facendo cigolare la vecchia rete, si risedette sul letto. In genere, le persone cui viene spezzato il collo liberano intestino e vescica in un’unica scarica violenta. Non era stato il caso di Dean, e Sam si sentiva assurdamente grato per questo. Suo fratello non gli avrebbe mai perdonato la distruzione di quello stupido materasso.
Come se Abele avesse serbato rancore a Caino per avergli macchiato di sangue la sua veste preferita, disse la vocina di poco prima, e il giovane la zittì, posando una mano sul petto di Dean e recitando l’incantesimo enochiano che conosceva ormai alla perfezione.
Pronunciate le ultime parole, fu assalito da una vertigine. Un calore intollerabile gli risalì alla testa, attraversandogli le vene in fiamme e velandogli gli occhi di una bianca cortina. Un tiepido fiotto di sangue gli bagnò labbra e mento, ma fu tutto. Dio non era misericordioso, e con lui men che meno.
Si ripulì con l’avambraccio e si allungò fino al telefono. Scrisse a Kevin, dicendogli che era tutto finito e ringraziandolo ancora una volta per l’aiuto, e scrisse anche a Garth, dandogli le coordinate del bunker: l’eredità degli uomini di lettere non poteva andare perduta.
Posò infine le sguardo sul fratello. Le labbra dischiuse, un leggero rossore che ancora indugiava sulle sue guance, Dean sembrava dormire.
Sam gli sfiorò la punta del naso, dove spiccava una solitaria lentiggine. Lentamente, sfilò la pistola dai boxer e se la portò alla gola, senza mai abbandonare il viso del maggiore. Calcolò mentalmente l’angolo migliore, per assicurarsi che la materia cerebrale non imbrattasse le lenzuola, e con un sorriso premette il grilletto.


***



L’aria era fresca e sapeva di buono. Un’enorme luna faceva capolino dal cielo indaco, tutto intorno il frinire delle cicale e il nostalgico richiamo di una civetta. Sam inspirò profondamente e allungò il passo. Poteva già scorgere il familiare profilo dell’Impala, ai lati dell’interstatale deserta. Sul cofano, si stagliava in controluce la sagoma di suo fratello.
Era ormai presso l’auto, quando Dean si voltò. Sulle labbra un sorriso disinvolto e felice. Libero. Un sorriso che Sam non vedeva da anni, da prima che suo padre morisse, e che finalmente saliva anche agli occhi; quei due limpidi specchi verdi che sostenevano i suoi con affettuosa ironia.
“Tieni,” disse semplicemente Dean, porgendogli una bottiglia già stappata. “Ti avevo detto che sarebbe stata fresca.”
Sam scosse la testa. “Come facevi a saperlo?”
“Cosa, che ti saresti sparato un colpo in fronte a missione compiuta?” ribatté l’altro, e gli fece posto accanto a lui. “Chiamiamolo sesto senso, college boy. Non sei l’unico con un cervello, sai?”
Il minore bevve un lungo sorso di birra, lo sguardo che si perdeva in lontananza. “Non avevi detto nulla,” mormorò soltanto, pensoso.
E Dean scoppiò a ridere. “Be’, non me ne hai dato esattamente l’occasione, Sammy,” replicò, le dita che tamburellavano sul vetro un ritmo noto a lui soltanto. “Ho creduto che per te sarebbe stato più facile,” deglutì, per la prima volta a disagio. “Sai, lasciarmi andare con la convinzione che credessi il mio lieto fine cosa fatta.”
“Quale lieto fine?” domandò Sam, distendendosi sul parabrezza umido di condensa. “Quello in cui mi trasformavo in un grassone impotente?”
“E calvo,” aggiunse Dean, con un ghigno. “Non dimenticare quella parte.”
“E come potrei, coglione?” sussurrò il giovane, le gambe che sfioravano quelle del fratello, gli occhi che mai lasciavano il suo viso.
Poco dopo, il maggiore seguì il suo esempio e reclinò la testa sulla sua spalla. I minuti passavano in un confortevole silenzio, che nessuno dei due sembrava voler spezzare. Fu Dean a farlo, un’eternità più tardi. “Credo che i nostri amichetti piumati abbiano commesso un errore,” disse, con estrema serietà.
“Di quale errore parli?” domandò Sam, cui l’istinto suggeriva che la presa per il culo non fosse lontana: riconosceva quel tono e non gli piaceva affatto.
“Del fatto che tu sia qui,” ribatté Dean, come se non vi fosse cosa più ovvia al mondo. “Il mostro che spezza il collo al fratello, dopo avergli negato un’ultima scopata. E sotto la doccia, per giunta!” esclamò, offeso e addolorato. “Sono morto puro come un agnellino e qualche incompetente si è scordato le mie settantadue vergini.”
“La sfortuna continua a perseguitarti, anche qui,” mormorò Sam, chiudendo una mano sul membro dell’altro. “Dici che del sesso sull’auto potrebbe invertire il trend?”
Con un sorriso ferino, Dean si spostò sopra di lui. “Dico che dovremmo provare,” rispose, gli occhi che tradivano tutto il suo amore, le dita che gli sfioravano il viso.
Si chinò sulle sue labbra e l’amuleto che portava nuovamente al collo raccolse un raggio di luna. “Siamo a casa, Sammy,” sussurrò dentro la sua bocca dischiusa. “Siamo a casa.”